lunedì 31 agosto 2009

"I POETI" Rivista di Anna Maria Farabbi - Lietocolle

Anonima voce della poesia
23 giugno 2009




Forse se ne leggiamo tanta lo capiamo.

Se la scriviamo, poi, lo capiamo subito. Ma a quel punto lo possiamo dire solo con la poesia stessa. Nella lotta quotidiana del poeta con la parola, la domanda è sempre sottesa. Non c'è poesia che non nasconda l'interrogativo.

Io però non amo parlare per assunti e voglio partire da un fatto realmente accaduto: nei miei vent'anni o giù di lì, mi recai una sera nella chiesa parrocchiale della città in cui abito per ascoltare un concerto d'organo nel quale era prevista l'esecuzione di opere composte dallo stesso interprete. Come si sa l'organo sta di solito in fondo alla navata principale, mentre le sedie sono rivolte all'altare. Quella sera andò che qualcuno timidamente rivolse la sua sedia verso l'organo e la massa dei presenti, quasi non avesse atteso altro, lo seguì come un sol uomo. Il concerto stava per cominciare e tutti gli occhi erano volti in alto in attesa dell'organista: si sarebbero potute vedere le sue spalle ed intuire i movimenti delle sue mani; gli applausi meritati sarebbero saliti direttamente alle sue orecchie.

Ma un richiamo imperioso ci raggiunse con violenza da dietro; la voce dell'arciprete interruppe bruscamente il silenzio che precede la prima nota e ci costrinse a rigirare le sedie. Non ricordo le parole esatte, ma era come un dire: "Questa è casa mia e qui comando io!" Immaginate il rumore di 300 telai in ferro che, cozzando l'un con l'altro, vengono rigirati... Nei miei vent'anni non mi parve vero di indignarmi e di maledire i preti conservatori che non vedono altro che il loro tabernacolo. Perché si doveva girare le spalle all'esecutore-autore?

La musica pian piano acquietò la mia stizza, ma rimasi dell'idea che era stata imposta agli ascoltatori una scorrettezza nei confronti del maestro organista.

Se della metafora salviamo quello che ci interessa (le metafore, si sa, non sono mai perfette) arriviamo alla domanda. Che cos'è la poesia? La poesia, come la musica, è qualcosa che tiene gli occhi fissi al tabernacolo.

Lo sapeva il vecchio arciprete? Chissà. Ma qualcuno deve pur avergli dato il coraggio di piombare al centro dell'altare e di gridare per rimettere le cose (e le sedie) a posto, al posto giusto, al più che giusto posto.

Nel comporre, nell'ascoltare: occhi fissi al tabernacolo. Non importa che, come nel caso in questione, il tabernacolo sia vuoto e il suo contenuto sia stato trasportato in un luogo più idoneo per custodirlo, come un armadio di sagrestìa. Gli occhi sono affissi in quel punto dove, prima o poi, chi è atteso arriverà.



Ma torniamo alla metafora e agli elementi che la compongono.

Se togliamo all'organo la facciata lucente delle canne tirate a lucido, dietro vi scopriamo una selva di tiranti, cursori, gelosie, serbatoi, casse del vento, scomparti, somieri; il tutto ricoperto da un'abbondante strato di polvere finissima che gli anni hanno depositato. Eppure la capacità dell'organo di emettere musica sublime è strettamente correlata e direttamente proporzionale alla complessità quasi angosciante del suo intricatissimo meccanismo.

Torniamo alle milleduecento gambette di ferro che cozzano rumorosamente fra loro e con il pavimento della chiesa: una spina irritativa per le orecchie in attesa della musica. E torniamo all'altra spina irritativa che fu la mia indignazione stizzosa. Ci volle l'una per percepire con più piacere quell'attimo di silenzio che, dopo l'ultima nota, riassume il concerto, e ci volle l'altra per creare, a distanza di anni, un poeta. Ma la poesia non ha fretta.

Il vecchio sacerdote, ultimo elemento in considerazione, è morto da un pezzo. Riposi in pace.





Note per l'ascolto:



Risuonerebbe bene, ora, sopra queste parole, il breve corale di Bach "Liebster Jesu, wir sind hier" (BWV 731)*.

Che cosa fa Bach, cosa fa il suo genio inconsapevole? Posa gli occhi su vecchi arnesi e ne fa strumenti irriconoscibili: prende un corale tradizionale della liturgia luterana, lo elabora, lo trasforma fino a far coincidere lo scopo dell'arte con quello della fede. Da una base di devozione e di oppressione raggiunge una regione superiore.

È un po' come partire dalla grammatica e arrivare alla poesia. È fidarsi del settenario o dell'endecasillabo come fossero basi di lancio per spiccare il volo.

E qui mi fermo perché non voglio incorrere in esibizionismi linguistici... Questo è uno spazio anonimo, ma io devo fare come se fosse firmato. Più che se fosse firmato.

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