giovedì 11 dicembre 2008

Cristiano Ferrarese

Roma. Settima Fiera della piccola e media editoria
Una malattia chiamata Italia:“1976” di Cristiano Ferrarese
data: 09/12/2008
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tags: più libri più liberi, Cristiano Ferrarese
Che l'Italia fosse gravemente malata se n'erano accorti in tanti, già a partire dal 1967, anno che dà il titolo al primo dei tre libri della raccolta di Cristiano Ferrarese, che compone la "Trilogia dei matti". Un male oscuro e strisciante, che, per certi versi, somiglia a quello descritto da Moravia ne "Gli indifferenti" (1929), laddove la normalità appare come la più subdola e tragica delle condizioni umane. Ecco che, allora, quel tempo, che attraversa un anno intero, non basta a contenere tutte le sgrammaticature e le possibili declinazioni del folle girovagare esistenziale, ce ne vuole un altro, che ne raccolga lo spunto e ne riaffermi l'intento. "1976" (Hacca Editore) è, perciò, la seconda tappa del viaggio metaforico di Cristiano Ferrarese all'interno della malattia mentale e dei suoi innumerevoli risvolti sociali.
Presentato da Paolo Crepet, Federico Moccia e Andrea Di Consoli, nell'ambito della fiera romana "Più libri, Più liberi", il punto di vista di Ferrarese è una voce stonata e fuori dal coro, che colpisce e seduce proprio per quel suo "essere a parte" e, contemporaneamente, "dentro le cose". Potere della sconclusionata sgangheratezza delle parole, o dello stordito rimescolamento della punteggiatura, la "Trilogia dei matti" (che verrà pubblicata per intero entro febbraio del 2009) è la traduzione meno letteraria che si possa immaginare del diario di un folle. Eppure la più vicina, per intenzioni e riferimenti, alle grandi suggestioni narrative del Novecento: si va da Céline, a Conrad, passando per Joyce e Dos Passos. Tutte intrise, in egual misura, di quell'ispirazione anarchica e dirompente nel tratteggiare gli scoscesi abissi delle infermità umane. E, come ricorda Crepet, non lontane dal mondo poetico e visionario di Dino Campana e, in anni recenti, di Alda Merini. Se è vero, infatti, che la letteratura ha attinto a lungo e a piene mani dalla malattia mentale, è altrettanto vero che il compiacimento estetico, a volte, ne ha raffreddato gli intenti e adombrato i contenuti. In questo caso, però, Ferrarese cede raramente alle lusinghe della facile equazione follia-genialità, per restituire, invece, uno spaccato crudo e apocalittico di una società in frantumi, che nella psicosi riscopre la propria più autentica essenza. Unico rischio: che le parole possano tradire il senso ultimo delle cose, simulando una realtà che non esiste per davvero, ma solo nei pensieri di chi scrive. O detto altrimenti, che l'Italia non sia in fondo così malata come sembra, ma che la sofferenza sia, tutt'al più, una spiacevole conseguenza della finzione letteraria. Ipotesi che, al momento, resta assai poco probabile.
Scritto da Michela Carrara

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