martedì 6 ottobre 2009

"artigiano del libro e scopritore di talenti"

C’era una volta l’editore
"artigiano del libro e scopritore di talenti"


Un bell’articolo di Franco Loi, per la rubrica: “Maestri dell’editoria”, è apparso ieri sull’inserto della Domenica, del Sole 24 ore. L’articolo “ poesia in bicicletta”, ricorda con nostalgia, a dieci anni dalla morte, la figura di Vanni Sheiwiller “Editore di taschinabili, così si definiva lo stesso editore. Un bell’articolo dove tratteggia la figura dell’editore “tipo”, ma anche dell’uomo.

Sembra quasi che Loi, con questo pezzo, volesse riprendere il filo del discorso interrotto dal gesto provocatorio del poeta Michele Caccamo, che in polemica con i suoi Editori ha voluto in questi giorni rendere pubbliche e scaricabili le sue raccolte poetiche. Intanto voglio precisare il mio punto di visto sulla figura dell’editore. Credo che l’Editore sia un mestiere come un altro, e che fare l’editore non vuol dire, per amore dell’arte, fare la Dama di San Vincenzo. O pensiamo che gli editori non abbiano un mutuo da pagare o una famiglia da mantenere? Sto pensando soprattutto ai piccoli editori, quelli che danno spazio al’’invendibile poesia e che non possono fare a meno di chiedere un contributo all’autore.

Il nodo della faccenda, secondo il mio punto di vista, è come l’editore svolga il proprio mestiere: se esiste un codice etico dietro al proprio lavoro, delle regole non scritte per farlo con assoluta coscienza, in nome dell’arte, questo bel mestiere; se pensa a qualche modo per agevolare l’autore bravo e squattrinato da pubblicare. Non credo, sinceramente, nel marasma “di poeti contemporanei”, che tutti, proprio tutti meritino di essere pubblicati. Utopicamente mi piace immaginare che un giorno non esistessero più case editrici disposte a pubblicare tutto e tutti senza ritegno.
Credo, invece, che il problema principale, una volta che un autore ha verificato che veramente gratis non ti pubblica nessuno, e che il suo lavoro meriti di essere pubblicato, è quello di trovare un editore che possa rispettare le proprie aspettative. Prima di pubblicare bisognerebbe pensare quali sono, però, queste aspettative e verificare se sono in linea con quelle della casa editrice.
Ecco che Loi, attacca il pezzo con:
“ Mi sembra di andare a un tempo molto più lontano, un tempo in cui uomini come lui erano una regola all’interno del mondo della cultura dell’editoria e del giornalismo e voglio citare Giancarlo Vigorelli e poi Fortini, Sereni, Vittorini, Arnoldo Mondadori, Cesare Pavese, Italo Calvino, Davide Lajolo.”
Loi, si sofferma a raccontare come lo ha conosciuto e l’impressione che ha avuto dell’uomo, dopo che non sia andato a buon fine il progetto di un suo libro.
…“Qui voglio sottolineare una qualità di questo editore inimitabile oltre la sua onestà intellettuale, l’affetto per gli scrittori e la diligenza artigianale nel suo lavoro, possedeva una dote che Don Lorenzo Milani riteneva fondamentale in un vero uomo: “La coltivazione della memoria”. Anni dopo il progetto lo Sheiwiller quasi scusandosi, invitò a pranzo Loi e subito dopo il progetto andò in porto:
… Racconto questo episodio perché mi sembra simbolico sia per tratteggiare la figura di uomo, sia per rammentare la nobiltà di un mestiere così utile alla diffusione della cultura e alla valorizzazione degli uomini che la praticano. Mi pare anche necessario, oggi, ricordare l’importanza del suo catalogo per la memoria di un’epoca, ma per l’immagine di questo piccolo grande editore che saliva sui treni con la sua valigetta per far arrivare i libri a qualsiasi libreria italiana…Vanni ha sempre inteso il suo lavoro come un atto culturale, e intessuta di cultura e della frequentazione di uomini di cultura è stata tutta la sua vita. Mi disse una volta “ Se fai l’editore, non devi pensare al guadagno… Sì, il necessario per sopravvivere…Ma non oltre l’interesse per l’autore”…
Rammenta di manifestazioni inequivocabili a favore dell’atto di creatività ovunque si manifesti: “Tanti anni prima, a casa sua in via Melzi d’ Eril mi volle mostrare le opere d’arte che nei posti più impensati arricchivano il suo appartamento. Alcune sculture le accarezzava e mi faceva notare la loro finezza come fossero opere sue. Quando ci sedemmo a pranzo non smise mai di parlarmi d’arte e di poesia. Pensai alla sua solitudine e alla sua attività di piccolo gnomo dell’editoria e, in quella sua disordinata e grande casa, mi parve ancora più solo e compresi il senso di quella sua dedizione al lavoro. Tutti ne abbiamo sentito la mancanza, e mi riferisco agli amici, ma certo alla stessa Milano ha sofferto e soffre il vuoto lasciato dalla sua scomparsa”.
Mi domando se sono gli editori (probabilmente non tutti), oggi, ad essere cambiati, o gli uomini della nostra società, autori compresi, con le loro aspettative?

Roberto Ceccarini

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